Non ne conosceva il nome, e non aveva mai creduto di volerlo sapere, a dire il vero…
Per Salvatore era semplicemente “il giardino vicino al porto”.
La vita, in questo luogo, pareva un amante vecchio e stanco, che osserva rassegnato la giovane compagna ridere e ciarlar lasciva, circondata da ragazzetti di bell’aspetto.
La grande fontana, posta al centro del giardino,un tempo arrivava fino al vasto gradino di pietra
che scendeva a mare e che ospitava gli ormeggi delle piccole imbarcazioni dei pescatori. Ora la spaziosa vasca appariva sommersa di erbaccia, verde e gialla, che con i suoi colori, malinconicamente reali, aveva spodestato l’irreale azzurro dell’acqua che vi
scorreva prima – resa tanto intensa dalle maioliche color cielo che pavimentavano la
fontana -, quell’azzurro che rallegrava tanto gli occhi e i sorrisi dei bambini che vi immergevano
le mani. Bambini… Ancora se ne vedevano, nelle sere estive, a saccheggiar avidi gli ultimi spasimi
delle giostrine superstiti, la cui agonia era scandita dai grossi cartelli “VENDESI” attaccati sui nasi dei clown di latta o sulle criniere dei cavallucci. In quelle sere Salvatore era lì, seduto su una panchina, ad osservare quelle manine paffute strette con prudenza e amore dai genitori, ad immaginare quanto quelle creature così piccole potessero essere importanti per chi li aveva messi al mondo… Bel paradosso! – pensava - …Coi suoi due metri di altezza avrebbe recato meno sofferenza, se fosse sparito, di quanta ne avesse procurata la scomparsa di uno di quegli esserini. E quasi immaginava il pianto disperato di una madre che, distrattasi un momento, avrebbe assistito impotente al rapimento del proprio bambino. Ma chi avrebbe potuto? Un cacciatore di riscatti? O forse qualcuno nauseato da tutta quella buonistica armonia?
D’autunno, invece, in quel parco tutto era grigio, anche le piastrelle colorate che rivestivano le panchine sulle quali Salvatore meditava ogni pomeriggio, anche gli sgargianti abiti delle donne dell’est, accorse in Italia in frotte in cerca di lavoro, le quali avevano fatto di quel parco il loro luogo di ritrovo ogni giovedì – il loro giorno di festa – per far merenda con pane e lacrime,
lacrime fredde come la lontana neve delle loro terre.
Durante il resto della settimana ancora si poteva vedere qualcuna di loro, passeggiare mano nella mano con qualche indigeno di mezza età. Ed ancora si poteva vedere qualche anziana comare scuotere disgustata il capo al passaggio della coppia ufficiosa. Inutile tentare di farle
capire – pensava Salvatore - che il peso di quella vergogna che dovrebbe gravare
sull’uomo “impegnato”, era ben poca cosa rispetto al peso di un talamo nuziale invaso dalle velenose polveri della convenienza e dell’abitudine, rispetto al peso di una fede
divenuta una pesante catena che lo legava ad una donna che mai e poi mai si sarebbe sognata di passeggiare con lui, mano nella mano, se non in un affollato centro commerciale,
discorrendo di bollette, surgelati e servizi da caffé…
Con lui come con chiunque altro le avrebbe garantito un tetto e un mensile.
Salvatore seguiva con gli occhi le coppie fin quando raggiungevano l’obelisco posto all’entrata del giardino, nascosto dagli alberelli mediterranei che crescono ai lati dei vialetti. Quella gioia clandestina, quei baci rubati, tanto eccitanti quanto fragili. Sarebbe bastato infatti che la sorte avesse voltato le spalle ad una di quelle donne dell’est, di solito residenti in quartieri poveri e rischiosi, facendola imbattere in un male intenzionato, qualcuno che avrebbe deciso di seguirla, una volta dipartitasi dall’amante, per portar via sia la vita che lei aveva ritrovato, sia le emozioni che aveva regalato al suo uomo.
All’imbrunire un velo di malinconia copriva la fervida immaginazione di Salvatore. Allora si perdeva nei ricordi. Pensava a lei, all’unica persona che condivideva quello strano gioco con lui, all’unica amica che sedeva con lui pomeriggi interi ad osservare la gente e ad inventare storie sulle loro vite, ad immaginarne segreti, gioie, tristezze, amori, l’unica ragazza che, nonostante i due metri di altezza e l’aspetto goffo, lo avesse considerato comunque un umano, la sola che, quando il suo naso grondò sangue per l’ennesima volta, lo avesse accudito tamponando l’emorragia col suo strano fazzoletto nero e verde, fazzoletto che Salvatore aveva custodito fino a tre anni prima come una reliquia.
Tutto finisce! E questo Salvatore lo sapeva bene! Anche la sua amica stava andando via e lui lo sapeva, lo sapeva da quando, tre anni prima, una sera, lei gli raccontò qualcosa. Qualcosa per la quale valeva la pena di rimanere svegli per una settimana.
Gli disse di essere andata al parco una sera di primavera e, con dei conoscenti, aveva legato una grossa rete da un lampione all’altro in prossimità dell’obelisco si era ritrovata coinvolta in una partita di pallavolo.
Ma – gli aveva confidato – il parco e i passanti stavolta non li aveva visti… in realtà non vedeva nemmeno il pallone, che le finì addosso un paio di volte. Vedeva solo due occhi verdi e limpidi, limpidi come non era il mare al confine del giardino… due occhi in quel momento distanti,
distanti come l’obelisco, come l’azzurro della fontana che era ormai sparito… Sì! La sua amica gli aveva appena confidato di essersi innamorata. Salvatore vide l parco glassare attorno ad un unico nucleo fiammeggiante, vide la gente divenire cenere, vide le giostre fondersi in grosse chiazze amorfe. E tutto ciò perché sapeva che ciò che la sua amica gli aveva detto voleva dire che tutto sarebbe cambiato.
Cercò di farsene una ragione, di immaginarla felice che passeggiava nel parco col suo ragazzo dagli occhi verdi, ma immaginava anche quegli occhi verdi gonfi di pianto, nel caso in cui a quella ragazza fosse capitato qualcosa, adesso che lei era divenuta semplicemente una delle persone che passeggiano nel parco. E quella fantasia fu una profezia.
Erano ormai trascorsi tre lunghi anni da quei tragici fatti, ma ancora nelle sere di primavera le persone che passeggiano nel parco evitano la vecchia fontana, perché qualcuno giura di vedere una strana figura femminile vagarvi intorno.
Le strane leggende, frutto della suggestione, erano nate da quando, tre anni prima, qualcuno aveva deciso di rubare la felicità della povera amica di Salvatore, lasciandola senza vita nella grossa vasca invasa dalle erbacce, strangolata con uno strano fazzoletto verde e nero.